Non ho capito bene, forse ho confuso gli ultimi passi della danza, sta di fatto che invece di continuare, il temporale si è chetato e spiove. Non v’è traccia di arcobaleno, ma la pioggia ha spento il fuoco acceso e la danza è terminata con un caschè solitario del totem tra le mie braccia. Eppure avevo preparato tutto sin nei minimi particolari: tappetino di pelo di vacca pezzata steso davanti al tepee e tamburi in tinta accordati col diapason di tondino di ferro bresciano dallo stregone di Lacco Ameno, noto per le sue virtù divinatorie che sa infondere in tutto ciò che tocca. Maestro nella confezione di tamburi in legno di baobab nano e pelle di vacca pezzata, abilissimo artigiano iscritto alla CGIA di Mestre con bollini prepagati sulla tessera di socio onorario delle Cooperative Bianche e Rosse, ora tendenti al verde Lega visti i tempi. D’altro canto dopo che Il Senatur ha comunicato al colto e all’inclita di avere virtù divinatorie e - udite udite - anche delle idee, sto pensando seriamente di farmi venire un ictus, hai visto mai? Ora, come vi dicevo, nonostante abbia danzato intensamente tutta la notte (mi voleva Milly Carlucci a “Ballando sotto le Stelle” al posto del principino) la pioggia ha cessato improvvisamente di cadere ed io sono rimasto col classico pugno di mosche in mano (incazzate anzichenò, perché quando piove diventano isteriche e mordono). Così mi tocca scendere a valle, il cielo ora Rosseggia intensamente e per la valle rimbalza l’eco di una sonora pernacchia…Adieau, apprendista stregone dei miei stivali!
crepuscolare intesa tra versi e immagini.
giovedì 11 agosto 2011
Quand'ero piccolo...(tutto d'un fiato)
cinque sassolini corrosi dal sole e dal sale del mare
un pezzetto di vetro azzurro levigato come una caramella
due stecchetti del ghiacciolo ancora pallidi di verde menta
una manciata di bilie multicolore da giocarsi in feroci tenzoni
il costume da bagno in lana grezza che pizzicava le natiche
la voglia irrefrenabile di mare frustrata dalla beghina di turno
le suore che sciamavano pel cortile della colonia come formiche
la mensa soldatesca al grido il rancio è ottimo e abbondante
la biondina dagli occhi di cristallo della camerata accanto
il sorriso di un’amicizia nel coro per sfuggire la noia pomeridiana
l’innocenza di una mano nascosta dalla coda del pianoforte
la voglia di crescere per scoprire dove l’innocenza andava a morire
giocare sulla sabbia la destrezza nel cogliere al volo i sassolini
rapirli dal suolo velocemente e lanciarli in aria ad uno ad uno…
[il blu del cielo ha rapito l’azzurro del mio sassolino di vetro]
…era ieri
Nel frattempo
Avevo tempo, così scrissi una lettera.
Non era un lessico di grandi pretese,
frasi buttate lì alla ventura, ancorate
al piccolo appiglio rimasto nel cuore.
Avevo tempo, così distrussi la lettera.
Brogliaccio zeppo di buone intenzioni
a braccetto con l’ipocrisia più becera
vocaboli desueti e parole insincere.
[ho poco tempo, ti scriverò domani
un legno mi attende giù al porto
salperò verso l’isola che non c’è
laggiù non ci sono cassette postali]
Nel frattempo, scrivimi.
martedì 9 agosto 2011
Avevo il morbillo
Mi venne il morbillo
quando decisero che era ora
che diventassi finalmente uomo.
Una miriade di puntini rossi
aveva trasformato la mia pelle
in carta da parati anni sessanta,
quella adatta per la cameretta del bimbo.
Mi venne il morbillo
quando attonito appresi
che le naturali polluzioni notturne
non erano un difetto del pannolino
che ancora tormentava le mie cosce
inconsapevoli dell’ingiuria imposta
alla mia prorompente e immanente virilità.
Mi venne il morbillo
quando dovetti per la prima volta
spiegare la mia inattesa debacle notturna
alla tardona che immaginava estasi
paradisiache da prestazioni ginnico/circensi
e che rimase di granito allo scoprire
che la ginnastica si fermava ai piedi del letto.
Mi è tornato il morbillo
quando infine ho scoperto
che tra le parole dal sen fuggite
non ho trovato comprensione alcuna,
ma solo tanta ironia e l’indifferenza
di chi vorrebbe importi di nuovo il pannolino
e misura il tuo esser uomo sul suo metro.
[ci vuole pazienza, dopotutto
sto ancora cancellando i puntini rossi…]
La calle delle vedove
Finestre come sorrisi spenti che la notte illumina
mentre il brusio sale per la calle, le ombre cinesi
si rincorrono sui muri scrostati inseguendosi ratte
in pose invereconde dimentiche degli anni andati.
Colori incredibili di chiome ridipinte ridono al vento,
l’abile paraninfo che spazza la polvere dalle voglie,
promette frenetiche danze al ritmo di antichi respiri
che di notte si fondono sciogliendo amori mai sopiti.
Mentre il canto indecente rimbalza sull’acciottolato
i sorrisi piano si spengono, le finestre come bocche
serrate disegnano il sonno nella calle delle vedove
e il mare richiama le onde sbarazzine, il vento tace.
E il mio sorriso ancora acceso…
sabato 6 agosto 2011
Lasciatemi qui
Tamburelli come martelli gentili scuotono l’anima
il ritmo cattura, il fumo acre della legna trasporta i sensi
desiderio di liberi soli, di mari lontani, terre straniere.
Ha piccole ali, ma grande volontà, l’airone a testa ingiù
che nel blu profondo sogna una stagione da cormorano.
Balla, vecchio zingaro dei sentimenti, nomade della fantasia
questa danza è per te, il violino ora si accompagna
al ritmo frenetico che percuote gli animi, mentre tu cerchi
l’ombra inesausta che insegue il tuo girovagare tra gli inverni
che ancora non ti appartengono, ma ti attendono al passo.
Non ho bagagli, pesi da trascinare col mio incedere bolso.
Some e zimarre pesanti ho lasciato nel mio peregrinare
barattati con cieli limpidi con cui cibare i miei polmoni.
Stanotte ballerò, benché l’inquietudine sfinisca i miei passi
sì, consumerò il poco azzurro dei cieli rimastomi in dote.
Lasciatemi qui, i tamburelli chiamano.
venerdì 5 agosto 2011
...e il mare dintorno...
Una fitta lancinante, uno stropicciato fruscio
e il mio volo traverso muore su questa bricola.
Osservo, il capo reclinato, l’insolito planare
della penna timoniera che si avvita lentamente
e dolce va ad ammarrare sul crespo delle onde.
Il mio timone, la mia guida sicura lassù nel cielo,
improvviso mi ha lasciato orbo dei suoi occhi.
Ora lieve, come stranito e inconsueto naviglio,
solca dondolando e senza alcun rumore il mare.
Seguo rassegnato il suo mutevole navigare
mentre allontana inesorabilmente la speranza
di futuri voli con rotte sicure, così senza governo.
L’illogica linea che laggiù recita l’inizio dell’infinito
attende il piccolo relitto per fagocitarne l’arrivo.
Il cielo incendia l’orizzonte e la vampa proietta
una piccola ombra che piano scolora nel cobalto.
Chiudo gli occhi feriti dal furore dei riflessi ramati,
mentre artiglio nel sonno il mio incerto domani.
…e il mare dintorno…
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