crepuscolare intesa tra versi e immagini.

crepuscolare intesa tra versi e immagini.

martedì 13 settembre 2011

Due pietre

Ho le dita intorpidite,
le nocche impallidiscono.
Stringo mucchietti di parole
che anelano cieli diversi.

[disteso, sospeso tra due blu,
come in un limbo immeritato,
godo di privilegiata situazione]

Lassù. Un segno, un’ipotesi.
Una parentesi aperta,
attende parole in libertà
per chiudere la storia di una vita.

Ho le dita intorpidite.
Un diaframma di falso cristallo
protegge e riflette le mie emozioni
mi tiene sospeso tra sogno e realtà.

Qualcuno lo chiama poesia.

Un sibilo, uno schianto
e lo specchio va in frantumi.
Due parole, due pietre,
lasciano aperta la parentesi.

[una poetessa mi sorrise un giorno
“in fondo siamo mica poeti, noi”]

E’ vero.

In fondo sono solo
tempo incanutito.
Un pugno di parole ribelli
che scappano dalle dita
e l’anima persa
da qualche parte nei calzoni.

domenica 11 settembre 2011

Era di San Martino. O giù di lì...

Era di San Martino. Ancora?

Scatoloni guardavano attorno affranti,
le voci dei figli rincorrevano inesauste
il rimbalzar dell’eco tra le stanze vuote
e nel tuo sorriso complice nascondevi
rughe di dolce stanchezza tra le ciglia.

Dio quanti traslochi. L’ennesimo.

Anime errabonde col sorriso degli anni
e l’incoscienza giovanile nelle mutande.
Si finiva a far l’amore tra le ante tarlate
di un antico, altezzoso armadio a muro
viepiù sconcertato da tanta impudenza.

Era di San Martino. Era ieri?

La neve incipiente tra i capelli mitigava
il calore dei brindisi di rosso vino novello
gli scatoloni lamentavano vecchie ferite
e muri infastiditi rimandavano il silenzio
di una ciurma ormai assuefatta e afona.

Il desiderio sorrideva ancora negli occhi
mentre l’incoscienza esigeva impudente
uno spazio acconcio dove festeggiare…

Era di San Martino? Non ricordo più.

Ma non è importante, non lo è mai stato.

sabato 10 settembre 2011

Compravendita di false identità

Ho barattato un paio d’ali stanche
di gabbiano corroso di salso mare
e ho circuito una lince errabonda
che avea smarrito il senno e la rotta.

Ho venduto tre versi incomprensibili
a quattro soloni dalle penne dorate
ora, aquila reale di nuove piume alato
da quassù rimiro con occhi di lince.

[macerie di ieri passato per sempre]

La mia immagine, figurina sbiadita
dai bordi piegati e corrosi da cicatrici,
ricordi di partite giocate a muretto
scommesse, perse, rigiocate testarde.

Su tavoli illeciti nei vicoli della vita
alzando ogni volta la posta in gioco
ho raccolto loglio seminando grano
farina degli anni finita in crusca.

[un altro batter d’ali]

Pensieri come artigli ora stringono
tra i rostri una nuova intonsa figurina.
Un passero che credendosi gabbiano
dipinse se stesso come aquila reale.

Presto un tavolo, tre carte, due dadi
un muretto su cui giocar la mia abilità.
E’ l’ultima mano, truccando le carte
chissà, forse stavolta raccolgo grano.

[ho finito le figurine]

Nessuno è il tuo nome

[c’è chi aprendo gli occhi al mondo
esibisce la sua arroganza e lo reietta]

Nascondi la tua paura tra bit e transistor
manipolando le vesti con icone artefatte
vendi la tua vita a una scatola bugiarda.

L’identità che ti aggrada ormai è costruita
il sorriso riverente di chi ti vuole adulare
vieta il tuo ritorno ad una realtà più cruda.

Vivi dentro un monitor cibandoti di parole
con la falsa identità ti ripari dal calvario
dell’affrontar la vita con le sue asperità.

Non sai delle bianche corsie, del dolore
del veleno che dai cavi cola nel sangue
dell’attesa che uccide la luce negli occhi.

Delle speranze appese a fili e boccette
di giochi sparsi, macchie colorate sui letti
del sorriso di piccoli pierrot disarticolati.

Non sai, non puoi sapere, sei altrove.

Ora l’icona appare, scompare improvvisa
come il serpente dall’immensa sapienza
lascia l’oracolo al discernimento umano.

[sei un avatar, apologia della modernità
un click e scompari, non sei più nessuno]

Click.

Così preciso, così perfetto...

L’aria respirava il sapore dei ceri.

Distesa nel biancore alienante della stanza, la sagoma sul letto
pareva un nero insulto all’ordine prestabilito delle cose.
Comunque era li, parallela alla linearità delle piastrelle anni ’50
che quadrettavano ordinate e sussiegose l’improbabile pavimento.

Chili di gel piegavano come tondini di ferro i radi capelli
coartandoli in un percorso a loro indigesto e congenitamente alieno.
Un solco discriminatorio come spartiacque ne divideva le incombenze,
viaggiavano quindi paralleli anch’essi all’iter pretenzioso delle piastrelle.

Un gessato di un grigio spento che un dì fece furore a Londra
rivestiva l’immota sembianza e l’ordinato percorrere del bianco gesso,
come binari che percorrono il rettilineo di una vita spesa senza sussulti,
disegnavano nell’insieme una scena di rara e ordinata perfezione mortuaria.

Il silenzio, ritmicamente rotto da un sommesso sgorgare di finte lacrime,
venne lacerato da un grido straziante: <<Lì…lì…>> la mano tremante
indicava con tremebonda iterazione il piede del caro estinto, la scarpa destra,
inopinatamente slacciata, in completo disordine, i lacci sparsi in allegra anarchia.

Un ultimo grido e la donna svenne. Fu il caos.

…ancora mi rido dentro…

Perché, ancora...

[perché, ancora
i tuoi fianchi raccontano]

Dolci declivi allo sguardo
le sinuose penombre
e mormorio di ruscello
è il glicine bianco aperto
su un bocciolo di rosa.

La parola fine è una bugia
a fior di labbra sul tuo seno
e il sorriso delle mani
è la dolcezza del pudore,
la serena consuetudine.

…perché, ancora…

Prosit

[e ancora attendo l’inverno
che scaltro travaglia ad arrivare
tra le nubi gioca a mosca cieca,
e mistifica i suoi passi pesanti]

Improvvise folate di maestrale spegneranno gli ultimi falò,
sulla spiaggia tremule ombre sfiniranno la danza esauste
e un paio di sandali distratti, in cerca di orme ormai perse,
scriveranno sulla rena la fine e l’inizio di un’altra stagione.

Nemmeno la ruggine d’ottobre calmerà le ansie represse,
ma tingendole come caduche foglie dell’albero del tempo,
planeranno bugiarde a infrascarsi tra le pieghe dell’anima.
Solo un sorriso di circostanza e brinderò alla nuova soma.   

Sarà un sorso di neve, come sempre. Prosit.