crepuscolare intesa tra versi e immagini.

crepuscolare intesa tra versi e immagini.

domenica 8 marzo 2015

(-3) Padre dimmi della paura

Perché tu possa capire mio caro padre
che quel che m’uccide è solo il cruccio
di un volo zoppo -senza ala compagna-
è la paura che il coraggio prenda l’aire.

-nel sogno la luna si camuffa da sole-

Il sole disegna una griglia sul soffitto
e lame di luce giallo sporco scrostano
il verde ammuffito, ancestrale ricordo
del bar enfaticamente chiamato “Zip”

Tu mi guardi con occhi di liquido cielo
io tremo a che il racconto prenda corpo
il cartoccio del panino suda olio stantio
e un moscone decide un menu vegano.

La scena ha un che di surreale letterario
la strada nero bitume che asfalta le gole
e il bar rifugio di una controra assassina
non fosse che stringo lenzuola sudaticce.

-rotola timoroso un cucciolo, nel sogno-

Tu sai, conosci il disegno, perché il sogno
è spesso cabala crudele per chi ci crede o
scarabocchio d’alea nell'anima per il cieco
che gioca, mentre rampogni la mia paura.

-ulula lacrime d’uomo, tra i versi-

venerdì 6 marzo 2015

(-4) Quel raggio di sole appeso

Quel raggio di sole appeso all'ingiù  
tra la fionda e la retina per le falene
-celato tra le costole- è una canzone
una filastrocca che tormenta la sera.

Fa capolino -occhieggia nell'attesa-
vuol uscire, sanare il cielo graffiato
sorridere alle promesse mantenute.
Perché quel velo di tristezza allora?

La fionda senza il sasso a che serve?
Farfalle ne presi a mani nude allora
-porporina iridescente colora le dita-
servirà la retina per catturare versi?

La fionda, la retina -il raggio di sole-
là finiscono i ricordi. I sogni. Forse.

giovedì 5 marzo 2015

(-5) Passando da Nostradamus a il Pendolo

Ora che a poco a poco il traguardo s’avvicina
riconosco profumi e colori che mi paiono gemelli,
simbiotici padrini della nostra lunga storia.
E così le rocce di tufo su cui crescono i capperi
le olive -gocce di sapere e sapore antico- del Salento
e l’Egeo che t’ha depositato come rara conchiglia.

Si fondono ricordi cittadini di periferia milanese,
di un fiume malato che bruciava le sue sponde
l’allegra leggerezza di piccoli artigiani della fantasia
tra capanne di rovi e battaglie con la cerbottana.
Radici, respiri diversi, magicamente spiaggiati
e magicamente fusi in un’anima, una poesia sola.

Mille e non più Mille poesie sono una promessa
un furto di tempo per scrivere una scommessa.

Questo count-down è arbitro del mio futuro
-se cesserò di scrivere per ricominciare a scrivere-
avrò ancora cielo per raccontarne l’armonia?

mercoledì 4 marzo 2015

(-6) Un graffio al cielo -sanguina-

[Se non fosse perché le settimane
scompaiono alla vista, e le attese
presto germoglieranno nei colori
-quasi profumi della primavera-
sarebbe tedio lo scrivere di notti
e giorni appuntati sul calendario
dell’anima e mortificare l’amore
di chi sostiene e m’accompagna
in questa avventura da decenni.]

Lacerare il cielo è ottusa lena.

Il suo respiro è il mio, negli occhi
l’intesa di una tenerezza infinita.

Prendo fiato. Inseguendo il sogno.
Cerco artigli rossi sulle le dita, ma
ho le mani di bambino -nella fola-
e il lupo cattivo non sanguina mai.

Non dire nulla -ho graffiato il cielo-
e il dolore non ha fiori da poggiolo.

Sanguina.

(-7) Di me e dei miei se

L’ultima volta che t’ho incontrata
eri altezzosa, sicura di te -sciocca-
io andavo incontro al buio, quieto
e tu affannavi il mio cuore invano.

Se
…avessi creduto alle tue lusinghe?
…mi fossi arreso alle tue minacce?
…avessi adombrato l’anima a Dio?
…avessi pronunciato il tuo nome?

Dei miei se, dei miei brevi brividi
ora che ti conosco -paura- sorrido
li ho presi per mano come piccini
camminano con me serenamente.

Di me -ora che sai- puoi scordarti.

domenica 1 marzo 2015

(-8) Si vorrebbe poesia là dove tace

Si vorrebbe alfine una carezza
-dolce tepore di materno seno-
invece è aspro sorriso irridente
di un caparbio gelo marzolino.

Eppure il cielo è azzurro, lindo
-che m’incalza all'abbandono-
ma paguro timoroso recalcitro
e ascolto le paure rinnovarsi.

Sì, vorrei quella voce querula
-l’amore non intende bon-ton-
che il gabbiano reitera all'alba
ma il pudore è vezzo superbo.

Eppure Proserpina è alle porte
-e il cuore dirupa a primavera-
ma sarà primula l’attesa di vita?
Ubbie di Marzo, smorfie silenti.

Si vorrebbe poesia là dove tace. 

venerdì 27 febbraio 2015

(-9) Di un sole obliquo e un respiro a metà

[il sole è obliquo sui sampietrini
illividisce la riva, acceca il canale
il cielo è terso, solo qualche baffo
inganna questa spietata bellezza]

Poi vorrei raccontarti di come
le rondini siano esperte in volo
ma tu già sai l’azzurro graffiato
dalle geometrie di ali sì ardite.

Vorrei parlarti ora che il cuore
ha il sangue operaio che fatica
ora che l’anima ha ancora vita
per dare fiato a labbra incerte.

Tu sai. E credi inutili le parole.
Ma fammi ripetere all’infinito
che un respiro sia pure a metà
con te vicino è un sorriso raro.

Forse saranno brevi i miei voli
ali di gabbiano senza timoniera
mantice sfiatato di fisarmonica
suonerò valzer di una nota sola.

Sarà una nuova offesa al costato.
I polmoni stanchi avranno aria
bastante per questo sole obliquo?
Un respiro a metà è la risposta