crepuscolare intesa tra versi e immagini.

crepuscolare intesa tra versi e immagini.

giovedì 29 dicembre 2011

Cesoie arrugginite

[parole come affilate cesoie lucenti
recisero lo stelo senza un lamento]

…e rotolò il fiore dell’amore abortito
neppure il piacere ebbe il suo nome
il tempo non medicò l’orrenda ferita
rimase così il piccolo amore acefalo

…celato tra i rovi della verde stagione
concimato negli anni con odio e livore
regalò more di un antico color ruggine
dal sapore di fiele di mancata rivalsa

…ancora risuona l’eco metallica…

venerdì 23 dicembre 2011

È sempre Natale?

nello sguardo leggi un‘intenzione
due parole racchiuse tra le ciglia
-il Martini?...con l’oliva va benone-
la gran voglia di ritmar che ti piglia

la Marlboro affogata che galleggia
nel bicchiere tra la coca arrugginita
l’allegria indora il falso che aleggia
ma sei uomo con il pacco tra le dita

e le feste si ripeton sempre in coro
-il Martini? non lo bere…ti fa male-
c’è nell’aria un profumo di Marlboro
stancamente riproponi il tuo Natale

…ma forse mi sbaglio…

Piccola bugia

[piccola lacrima rossa,
sette piccole note nere
come peccati capitali]

s’aprono elitre in fuga
scompigliano la magia
di un incontro inatteso

mistificando la ferita
ricomponi la tua bugia
sulla punta del dito

coccinella bugiarda
che inganni col rossore
il veleno dei tuoi nei

non ho lacrime per te

mercoledì 21 dicembre 2011

Astu visto? (hai visto)

“Tasi mona de un cocal!”

Certo che ho visto mio gabbiano saccente
avessi le tue ali non morirei così al tramonto
tra il mare che nereggia e il sole che strazia
le ultime pennellate d’azzurro che respiriamo.

Ho visto l’ultimo bragozzo rientrare ansando
e il nugolo bianco di famelici becchi seguire
mentre braccia stanche gettavano in mare
relitti d’argento per un banchetto annunciato.

Ho visto il saluto rubato sulle labbra al molo
mentre il legno salpava e la speranza ardeva
il cuore e l’attesa della donna tra le reti stese
come velari nel pudore di una muta preghiera.

Ho visto piovere col sereno a scolorire il vino
del vecchio seduto sulla pietra della banchina
occhi persi nel mare piangeva un antico dolore
stringendo forte tra le mani una piccola croce.

…ho visto il mare amico mio, ho visto…

martedì 20 dicembre 2011

Lui...

il sorriso sempre pronto da bambino
(quando triste rifugiavo in un sogno)
mi addormentava cullandomi vicino,
spazzava via le nubi, ogni mugugno

…il mio gemello…

[paziente, sempre accanto,
ha pagato nell’altalena della vita
la mia giostra senza catene
che dondolava appesa all’iride
di anni dipinti con falso smalto]

…la mia fantasia…

per lui ho costruito un piccolo naviglio
(una scatola di fiammiferi può bastare)
il vento lo cullerà come fosse mio figlio
dolce lo porterà là dove finisce il mare

…l’ultima poesia…

domenica 18 dicembre 2011

Contessa...au revoir?

Accartocciato pierrot
ammasso informe,
disarticolato burattino
gettato con noncuranza
sui gradini di marmo
del centro commerciale.
Icona dell’ingordo potere
che globalizza la vita
a malapena coperta
da un lurido giaccone
raccattato in qualche
cassonetto periferico.
Cerea, gli occhi acquosi
rivolti a un passato
ucciso e poi reinventato,
indifferenti al futuro
che non vuoi incontrare,
vomiti la tua solitudine,
la tua non essere vita
tra i cartoni accumulati,
tua unica coltre, giaciglio.
Solo una vampa rossa
fiammeggia nell’informe
plumbeo della scena,
l’incredibile dei tuoi capelli.
I nigeriani del quartiere
ti chiamavano Contessa
e per te che mendicavi
tra i passanti la dose
giornaliera di veleno,
era quasi intimo riscatto.
Ti rividi fulva Contessa
sugli scalini della clinica
che ciclicamente salivo
ripulita, rivestita, ma…
inevitabilmente incrociai
lo stesso liquido sguardo, 
persa sul falso marmo
del nuovo potere cinese,
la mano tesa, come artiglio
di una annunciata morte.
Un ricordo rosso sangue,
di un mondo vomitato
al soldo dei nuovi mausolei
di città aliene, indifferenti
al colore del cielo che urla.

[se il cuore è sordo alla vista
e gli occhi negano il respiro
l’anima si cela negli anfratti
il dolore strazia e nasconde
rifugge la verità, regala oblio]

Padova, Quartiere Stanga, Natale 2005

giovedì 15 dicembre 2011

Nebbia...

[…un sottile brivido corre lungo la schiena
c’è nebbia fitta stamane qui sulla laguna
respiro il salmastro grigio perlato e penso
che la nebbia ha sempre lo stesso sapore
inevitabile il ricorso alla bisaccia dei ricordi
mentre a nulla vale opporre l’attuale scena
sapori, odori, colori, si fondono nell’anima
tutto concorre a richiamarli in superficie…]

…nebbia…

amica degli amanti, discreta e soffice coltre
scendevi improvvisa la notte celando la luna
la città immalinconiva giocando a nascondino
e passanti frettolosi serravano usci alle spalle

furtive ombre sgattaiolavamo nella bambagia
(la panchina la in fondo si scorgeva appena)
i brividi allacciati accendevano micce perenni
il fuoco ardeva nel silenzio ovattato del parco

poi dimentichi del mondo, sospesi nell’irreale,
recitavamo antiche fiabe interpretando realtà
e due sorrisi che brillavano ironici tra i platani
erano gli unici testimoni della nostra presenza

lunedì 12 dicembre 2011

Intesa

Quando il passo zoppica dalla stessa parte
e il sorriso scende dolce accarezzandoci,
quando è ancora desiderio sui tuoi fianchi
e il mio respiro rabbrividisce sui tuoi seni,
nello sguardo leggiamo lo stesso racconto.

Così, mano nella mano, verso l’ultimo tratto
con  l’amore che ha la pienezza degli anni
e la brace ancora accesa in fondo al cuore.

…oltre l’amore, più in la…

sabato 3 dicembre 2011

Venite, bastardi

Venite, vi aspetto appoggiato alla canizie
le tasche pieni di sogni, i piedi come radici,
ululate pure alla luna i vostri inutili inganni.
Nulla può ormai ferire un cuore scaltrito,
protetto dalla teca di cristallo degli inverni
dove ha nascosto paure e mistificazioni
buttando la chiave nella gora dei ricordi.

Venite, stupirete nel vedere come l’età
saprà tenere testa alle ancestrali paure
e come la scaltrezza delle vostre lusinghe
non avrà alla fine ragione della mia anima.
Ho un’antica ragnatela di cicatrici da offrirvi
come passaporto per il prossimo viaggio.
Presto, prima che i sogni si addormentino.

Venite, anni bastardi.

venerdì 2 dicembre 2011

Grigio airone

Cinereo acrobata librato
tra opaline coltri d’ovatta
e liquida lastra di grigio
riflesso d’inquieti umori,
come aliante circospetto
silente sorvola planando.

Mimetico, tono su tono,
nulla, se non un fruscio,
una tenue bava di vento
che accarezza le canne
e corruccia lieve il piano,
rivela la sua presenza.

[un bagliore argenteo
lungo un istante, laggiù...
brillano gli occhi rapaci,
e il becco, lama di falce]

Un tuffo, un colpo felpato
buca il fermo immagine
di una trama monocolore.
Arruffa l’apatica scena,
protagonista della recita,
il sicario coatto della vita.

L’airone, nel grigio.

martedì 29 novembre 2011

Senza radici

fischiavano pallottole
quel mattino senza sosta
mia madre alla finestra
celata dall’imposta
guardava affascinata
passare i partigiani
il bimbo appeso al seno
ben stretto tra le mani

mentre lassù regnava
ancora lo sgomento
le case giù in pianura
crollavan di spavento
quando tutto si calmò
cantarono le pernici
tornammo giù in città,
…non furono radici…

nei giorni assolati
d’ignara fanciullezza
anche la periferia
pareva gran bellezza
la scuola, l’oratorio
le fughe con la bici
volavan anni ingordi
…non furono radici…

e ancora periferia
negli anni quasi oro
scanditi dalla voglia
precoce di lavoro
di libertà, di spazio,
di nuove emozioni
di diritti inalienabili
di lotte e di canzoni

anni in cui l’amore
bussò violentemente
e un solo desiderio
occupò la mente
fu casa assai presto
e festa con gli amici
ma non durò a lungo,
…non furono radici…

gli anni che seguirono
rincorsero gli affanni
paesi e città aliene
accolsero i miei panni
i fiori che erano nati
cresciuti in altri tempi
…mettevano radici…
non presero esempi

e mi domando ancora
se poi ne valse la pena
fagocitar la vita,
cambiare spesso scena
la tournee giunta alla fine
è replica stucchevole
spettacolo imbolsito
di critiche benevole

[sto guardando il mare
ormai col fiato corto
ho fatto nuovi amici
planando qui sul porto
forse quando la teca
si adagerà sul fondo
cresceranno le radici
di un cuore vagabondo]

…forse…

domenica 27 novembre 2011

Mamma

Prendetemi così come sono, senza certezze
con l’animo inquieto diviso tra il cielo e la terra
frequento i miei dubbi che camminano in bilico
sugli inganni tesi sopra il precipizio della vita.

Odio i baciapile depositari del verbo assoluto,
i falsi agnostici che leccano breviari nottetempo
gli atei che all’arrivo mistificano il fumo dei ceri
con l’ultima sigaretta promessa ai condannati.

Le convenzioni che assegnano le parti in recita
ti vestono i panni del giudizio che l’età vorrebbe
ma rivendico le fughe repentine nella nostalgia,
l’impudicizia dei sentimenti che il mondo brucia.

Ho chiamato senza alcun preavviso il tuo nome
come farebbe un bambino nel buio della notte
non è difficile, basta ascoltare il grido d’amore
che fatica sepolto tra gli inutili vagiti della mente.

…nel silenzio delle parole la tua risposta…


A testa ingiù, tra le nuvole

[a testa ingiù]
Il paese senza tetti si specchiava a testa ingiù nella luna
un mazzo di rose avide d’amore inseguiva una farfalla indifferente
e il merlo sul divano fischiettava allegro irridendo il gatto in gabbia.

Il luccicore del tuo sorriso asciugava le lacrime stese al sole,
mentre la piccola gonna rossa di vergogna copriva miriadi di efelidi,
un ricamo di pizzo nero arabescava il candore della tua pelle.

Il sentiero che attraversava il laghetto aveva riflessi sottobosco
lampi d’argento sul verde tenero erano la danza di pinne e squame
e tu accarezzavi la chioma di una piccola stella che nuotava felice.

[tra le nuvole]
Un gabbiano vestito da gallo strazia il nuovo giorno al morire del sole
a testa ingiù raccolgo i fogli sparsi sul pavimento, torno a vedere il cielo
ha confuso il mio racconto questa laida notte mascherata da giorno.

giovedì 24 novembre 2011

Ancora mi manca

…quel triangolo di cielo arrovesciato all’insù
con gli occhi socchiusi, feriti da scintille di sole
sdraiato su fili di verde, supino, a palme aperte
conto le raganelle che saltellano tra le dita

…ancora mi manca quel respiro a metà
rubato alle corse e agli amori sognati tra le nuvole
con la malizia e lo stupore dell’età che avanza
come falena intrappolata e nascosta nella tasca

di quell’età che è passata come una cometa
è rimasta solo la polvere dispettosa della coda

…e un paio d’ali di farfalla …

domenica 20 novembre 2011

Soprappensiero

Il ricordo è un sicario prezzolato dal tempo
ti coglie all’improvviso e ti toglie il respiro
come una folata improvvisa di brezza
che accappona la pelle mentre scende la sera.

Inutili le fughe con la mente verso il domani
lui attende e appena s’acquieta il dolore
t’avvolge l’anima col suo nero tabarro
mentre ti costringe a guardarti negli occhi.

Dicono dei vecchi che non hanno memoria
forse, ma ingannano gli altri e se stessi
il ricordo invece non dimentica il suo lavoro
e il tempo è un puntuale pagatore…  

lunedì 14 novembre 2011

Fa diesis

alcune rotolavano sul bianco del lenzuolo
steso al sole ad asciugare tra rossi gerani
un gentile garbino lo tendeva come vela
di un legno salpato in crociera visionaria

altre saltellavano tra le volte dei portici,
note ribelli che l’uomo liberava assorto
adulando con l’archetto il vecchio violino
ma sorda l’indifferenza scorreva accanto

senza una guida, un rigo di pentagramma
nell’anarchia assoluta dipingevano canti
dolcemente il violino spegneva il respiro
e l’uomo socchiudendo gli occhi assopiva

lo trovarono sotto un sorriso addormentato
scarmigliato l’archetto, reclinato sul violino
un pugno di note incatenate tra le corde
sognava libertà, nuovi cieli da incantare

…fa diesis si risvegliò tra i gerani…

domenica 13 novembre 2011

L'ultima bricola, poi è mare aperto

ho lasciato l’ultimo paio di ali appese,
appiccicate al muro con uno sputo di cera
Icaro non è mai stato l’eroe dei miei fumetti
e le metafore sono alibi per versi senza parole
non sono un gabbiano né tantomeno poeta
ho provato a volare finché la cera ha tenuto
ho nuotato nel veleno che avevo inghiottito
evitando le secche e seguendo le rotte
che le bricole saggiamente mi indicavano

…ora è mare aperto…

un sottile senso di angoscia mi affonda
appesantisce il respiro volgendomi a oriente
la catena rossa che fin qui mi ha trattenuto
sospeso tra sogno e realtà, si allontana
pencola come filo spezzato dalle nuvole
poche bracciate ancora, l’infinito è laggiù
le ultime parole rotolano senza rumore
lungo la calle indaffarata, un leggero alito
le sospinge straziandole a morire nel canale

…forse era poesia… 

Tutto normale, maledettamente normale

[il caffè delle sette che ricorda disperatamente quello delle tre
il conato di vomito a incenerire il led rosso dello stand-by della tv
il rifugiarsi tra i cedevoli servi muti della tastiera davanti al monitor
il quotidiano esibirsi di maestri e legulei che vendono aria scritta]

Arresto il sistema. Spengo il computer.

Attendo la compagna mentre rimpiango le attese dell’amore.
Il vociare cialtronesco e irritante che rimbalza nel porticato copre
a fatica l’eco metallico delle ruote del carrello sull’acciottolato,
la spesa alla Coop sotto casa, oggi come ieri, domani ad libitum.

<<Gli sconti! Dai compriamo, che non si arriva a fine settimana>>
Il tre per due che non fa mai sei con buona pace del Marketing
e il mio disagio nella consapevolezza d’aver passato anni a creare
impossibili bugie mistificando con la creatività inutili consumi.

E infine lui. Oggi, come sempre.

Lo incontro tutte le mattine appoggiato al muro o seduto
al tavolino del bar che cristianamente lo accoglie come in chiesa.
Tutti lo conoscono, forse lui non si riconosce chissà…
Una colonna di fumo nero soffoca la calle. Gente che corre, urla.

Alte lingue di fuoco distruggono il magazzino dove l’uomo vive
e minacciano una scuola dappresso. Sirene, concitazione.
Lui fuma, fissa un punto lontano, la cosa pare non riguardarlo,
seduto al solito posto, lo sguardo perso nella sua serena normalità.

…tutto normale, maledettamente normale…

venerdì 11 novembre 2011

Ali spezzate

…ancora un volo prima dell’amore…

Quasi all’approdo della tua breve vita
l’ingiuria del vento ne ha mutato la rotta.
Porporina colorata, polvere d’arcobaleno
ora dipingono la laguna di tinte pastello.

Teneri note di iridescente tavolozza
richiamano nostalgie come tele di Monet.

Ti dibatti laggiù, tra nasse stese al sole,
incredula ospite di una natura a te aliena.
Mentre il sole arrossisce, il respiro del mare
stempera i relitti colorati delle tue piccole vele.

Piccola falena dalle ali spezzate,
hai sognato l’amore in un cielo avverso.

lunedì 7 novembre 2011

A chi?

Sorridevo perso in un lembo di cielo grigio
come una ruvida coperta stesa ad asciugare
sul davanzale di quest’autunno imbronciato
e zuppo di lacrime che lassù affogava l’anima.
Seguivo affascinato le evoluzioni militaresche
di uno stormo di rondini in assetto migratorio,
quando il profumo del tabacco di una sigaretta
ammaliò i miei sensi catturandone le intenzioni.

Accanto a me un giovane interrogava lo sguardo
con la sfrontatezza di chi conosce l’alfabeto
della vita e ne ha visitato ogni vicolo, ogni anfratto,
il lampo ironico dei suoi occhi feriva l’anima.
Non risposi alla provocazione solo la malinconia
arrivò improvvisa e guardandolo m’interrogai: a chi?
A chi lasciare il posto sulla coffa del veliero
se non vi sono più occhi bambini capaci di stupore?

Piccoli uomini nati già imparati e cresciuti nell’agio
del tutto già visto, conosciuto e preconfezionato,
con le risposte già pronte alle domande della vita.
Incapaci di comprendere che il sapere senza l’amore
è come un cane affamato che si rincorre tondo tondo
mordendosi voracemente la coda sino a divorarsi.
Rimarrà solo l’eco scheletrico di zanne fameliche
e un lembo di cielo grigio zuppo di lacrime ingoiate.

…tragica sindone dell’ingordigia umana… 

martedì 1 novembre 2011

Struscio d'anime

Escono alle cinque quando le ombre si allungano sul corso
e l’antico acciottolato sopporta in silenzio il continuo logorio.
Anime irrequiete che si sfiorano annusandosi come randagi
sgranano insulse parole come rosari rimandati a memoria,
con falsa meraviglia motteggiano sorpresi l’incontro fortuito
e sorrisi inebetiti nascondono ataviche asociali indifferenze.

Mentre l’opportunità bara al tavolo della comune convivenza
echi di noia provinciale bruciano narici come zaffate sulfuree
e ammantano le anime discinte imbellettandole orridamente.
Lo spettacolo rutilante di falso perbenismo continua alla sera
calze a rete, guepiere licenziose divinano rotondità eccessive
nessuna vergogna è ammessa nell’eterno gioco dell’apparire.

Anime in mutande di lana caprina che celano virtù indecenti.

giovedì 27 ottobre 2011

Messaggio in bottiglia (una notte di fine Ottobre)

[un  tonfo inatteso stanotte ha straziato il silenzio
con un fragore assurdo è rotolato nella calle]

I sampietrini rimandavano echi di note spezzate
gelide rimbalzavano come cubetti di ghiaccio
sull’acciottolato inseguendo lo scorrere dell’acqua.
Lo stridente rumore di questa notte frantumata
lacerava come rasoio affilato un’anima intorpidita
dalla lunga agonia di una apatica dimenticanza.

[brillava di luce sinistra il vetro nella notte lunatica
feriva lo sguardo il suo lucore riflesso nel dondolio]

Fu un lampo la discesa in strada, breve la rincorsa
e fiato mozzato la presa al collo della bottiglia
ma il contenuto pietrificò la mia insonne ingordigia.
Mentre l’acqua moriva la sua corsa senza gemito
l’urlo di un gatto innamorato avverso alla luna
sfiniva le attese di una quiete altrimenti abusata.
Le parole scolorirono nel foglio tra le mani tremanti.
quando la luna beffarda ingiallì in un ghigno sdentato.
Passò un’allegra processione illuminando il canale,
mille lucciole ondeggianti irrisero la mia stupidità
e il messaggio fu risata che arrossì i battiti del cuore.

…vuoto a perdere…

mercoledì 26 ottobre 2011

Il bacio rubato

Rose tea gialle ricche di invidioso colore
volavano allegre oltre il muretto della villa.
Maggio inoltrato chiamava ai piccoli delitti,
il tepore delle serate portava con se l’alibi
e l’irresistibile profumo della trasgressione.

Pennellate d’oro impreziosivano le ali rosa
nel mazzetto di roselline di rovo tra le mani.
Indossando il sorriso della furba innocenza
porgevi l’omaggio a tua madre per la festa
da provetto attore porgevi la gota in attesa.

Lo schiocco delle labbra allora perdonava
il bacio rubato senza alibi così, per amore.

lunedì 24 ottobre 2011

Ieri, un fiocco di nuvola

L’urlo disperato di un gabbiano, forse troppo in alto e troppo solo, falciò come erba gramigna il piccolo campo di nuvole che andava rosseggiando all'Est. Fiocchi d’incredibile neve spolverarono il crespo tranquillo del blu all'orizzonte e il sole scopertosi nudo decise che non avrebbe atteso il canto del gallo. Un nuovo giorno. Una nuova stagione. La lama di luce ferì i miei occhi mentre il riflesso dorato si spezzettava in miriade di piccoli diamanti sul mare. Decisi allora che l’emozione valeva il tentativo di sollecitare la memoria ornai disusa a contenere le emozioni e le pulsioni che il cuore provava ciclicamente. Affannosa ricerca di un lapis, di un lembo di carta. Nulla. Nulla di tutto quello che sgorgava dal cuore e mi turbinava nella mente, sarebbe potuto essere annotato, scritto, tramandato. Angoscia. Il gabbiano smorzò il suo canto sgraziato producendosi in un’ardita quanto improbabile evoluzione e ammarò poco distante. L’ultimo fiocco di nuvola planò dolcemente tra la neve che da tempo incorona il mio capo. Fu allora che decisi di violentare la memoria e scolpii nella mente il nome di quell'emozione: poesia. Sì, poesia, un banalissimo e scontato appunto nel block notes dei sentimenti, sottolineato con la matita blu dell’emozione. Ora è lì, campeggia solitario nel bianco. Lo spazio vuoto che le siede accanto attende da tempo che il fiocco di nuvola sciogliendosi porti via scolorando la neve degli antichi ricordi e le dita riprendano a inseguire il ticchettio delle parole. Lo stridio sgraziato del gabbiano ferì di nuovo il silenzio, era tornato lassù, in un cielo ormai senza nuvole. Troppo in alto, troppo solo.

Un delirio, un sogno, chissà. Forse solo il desiderio di scrivere, ma l’urlo straziante della vita che falcia come grano fuori stagione uomini inermi, senza ali, in attesa di un’alba restia a mostrare il sorriso, rimbomba nelle orecchie. Guardo il cielo. Si sta annuvolando il gabbiano è sparito. Straccio il foglio degli appunti, la poesia si accartoccia, la memoria resetta. Troverò un altro titolo.

sabato 22 ottobre 2011

πέτρα (Petra) onirico rosa

[l’incanto mi prende -lo so- sto sognando]

Il sole è al tramonto e la roccia s’infiamma
mentre il rosa arrossisce all’impudica carezza
è stupore di occhi che abbracciano ammirati
l'incredibile favola raccontata dalle coltri.
Come vorrei un cavallo, un nero e lucente arabo
per tornare indietro, uscire dal sogno e rapirti
attraversando come porta d’oriente quel sottile
diaframma che separa la realtà dall’inganno.
Qui, davanti a questo incredibile rosa scolpito,
varcare l’immenso portone, il naso all’insù allibiti
mano nella mano, mentre le ombre si allungano
e la roccia materna ci accoglie nel suo grembo.
La magia antica di leggende che echeggiano
come voci straniere ma suadenti catturerà
i nostri cuori e il desiderio brucerà il risveglio.

Il nostro sogno rimarrà impresso nel rosa
come due cuori incisi in un tronco millenario.

    (foto da web)

Tattoo lunare

[dai palmi a coppa
-stanotte-
la luna trabocca
bianca pelle
-tatuata-
e cenere di stelle]

che vuoi poeta stanotte?

giorni come anni…
notti rinnegate…
piccoli sotterfugi…
compromessi d’anima…

-ora implori-
una nuova dimensione
perché aiutarti?

avevi la luce
tra le mani dimentiche

resta la cenere
tatuaggio indelebile
di stelle bruciate e ricordi

che vuoi poeta stanotte?

-ora  mi sfuggi-
marchiato per sempre

troppo amore
o ingannevole henna?

giovedì 20 ottobre 2011

La vedovella

Il canticchiar della vedovella nei giardini dietro casa
aveva le note argentine che solo l’innocenza dell’età
assetata di sole e di gioco sapeva intonare alla sosta.
L’acqua pareva essere prezioso rosolio che la nonna
conservava gelosa celato tra i cristalli della credenza
e il suo scorrere incessante attirava gole pari al miele.

L’aria all’imbrunire si faceva dolce come fetta di pane
caldo, dove burro e marmellata in goloso matrimonio
aprivano al sorriso la nivea collana di perle tra le gote.
Ormai riarso dagli anni e cotto al calore di soli diversi
assetato alla fine di una lunga corsa cerco verso sera
un canto ristoratore, le note argentine della vedovella.

…l’acqua scorre incessante, ma la sete rimane…

mercoledì 19 ottobre 2011

Ciao

Parola
abusata
stiracchiata
sorridente
sputtanata
velenosa
ironica
mesta

un saluto
un insulto
una promessa
un amen

una rosa
un’orchidea
una viola
una margherita
un nontiscordardime

Nei tuoi occhi ha un sapore diverso.
Il mio sorriso la canterà nuovamente
quando cadrà l’ultimo fiocco di neve
e il tempo, inedita Penelope al telaio
terminerà paziente la bianca coltre.

Saluterò così il nuovo appuntamento
ma non temere, l’attesa dell’incontro
durerà solo l’attimo di questa parola.
Quindicimilaseicentonovantacinque
volte - oggi come ieri - il nostro ciao.

Ciao Conny

*19/10/1968 da 43 anni mia moglie

lunedì 17 ottobre 2011

Roma alias Milano

erano sampietrini di porfido operaio
quelli che volavano vicino alla Statale
erano altri anni ma oggi fanno il paio
coi tempi che ingoiano anche l’ideale

dalla finestra entrava fumo arancione
cantavi Della Mea, i Nomadi, Guccini
indossavi l’eskimo, stringevi il limone
correvi giù in strada davanti ai celerini

allora sfilavamo indossando quell’idea
che recitava libero di vivere altrimenti
ma tra pietre e spari morì l’ultima dea
tra il ghigno soddisfatto dei delinquenti

che senso aveva per te quell’affanno
tu che vivevi estraneo di sogni colorati
e che alla sera seduto su uno scanno
cantavi utopie ai vecchi addormentati

cantavi senza voce, urlava la chitarra
il bicchiere di rosso nella cooperativa
copriva tutti i mali come una zimarra
e dondolavi al ritmo della locomotiva

poi rientravi a casa nell’ora indecente
la moglie disfatta dormiva sul divano
tu che la guardavi come un deficiente
piano ti scusavi stringendole la mano

se il fumo è tornato, è sparito il vento
le stagioni han soffocato i mutamenti
rimane come allora tutto lo sgomento
per non aver potuto essere altrimenti 

Argilla riflessa

[All’inizio furono lettere e numeri,
disordinati segni senza alcuna vita
poi arcaiche, impronunciabili parole.
Mani incapaci e superbe crearono
un embrione d’argilla rossa, stolta
emulazione dell’umana arroganza
servo muto cui negarono la voce]

Un nuovo Frankenstein.

Errabondo vaghi nel mondo alieno
tra vestigia del tecnologico tempio
cerchi risposte ai perché dall’argilla
che vedi riflessa nella teca parlante.
Furenti labbra incatenate attendono
catartiche sentenze dall’infido clone.

La parola scolpita sulla fronte affiora
stupisce nel cuore l’impasto d’argilla.
La verità ostilmente gridata deflagra,
pensieri senz’anima invocano invano
vendetta per l’impronunciabile segno
ma Nemesi distrae altrove lo sguardo.

L’eco del nome rimbalza tra le rovine,
sbriciola in polvere rossa l’arrogante
embrione figlio della superbia umana.
Beffarda dallo schermo l’argilla riflessa
sorride alle nuove macerie, altre mani
ingorde di potere creeranno nuovi miti.

L’ultimo Golem.

sabato 8 ottobre 2011

Al di là del tempo

[solo un piccolo movimento, uno scatto]

Nei calzoncini di tela ormai fuori taglia,
inutile riparo per gambe ferite dai rovi.
Le righe bianche e blu della maglietta
alternavano il verde smarrito del prato
e la scarpa perennemente slacciata
inciampava tra false spighe di grano.

Assorto su quella collinetta.

Fissavi un punto indefinito lassù nel cielo
nemmeno il sottile fruscio della libellula
che finiva il suo volo su un rovo lì vicino
catturò il tuo sguardo, gli occhi inesausti
indagavano l’azzurro che non s’esauriva.
Testardo cercavi risposte più in là, oltre.

[solo un piccolo movimento, uno scatto]

Nuovamente bambino dai calzoncini di tela
e una piccola coda di lucertola nella tasca,
caccerò la libellula distratta, coglierò more
e il rosso sulle tue labbra non avrà stagioni
Nell’azzurro del prato dove ci ritroveremo
saranno davvero spighe di grano maturo.

Polvere rossa e scarabei d'oro

“cuore piramide di polvere rossa
scarabei d’oro a custodir la fossa”

E’ una nenia come antica filastrocca
che torna in mente se rincorro visioni,
e conto le lune perse a cercar altrove
quei tesori che invece avevo accanto.

…mille perché a mille lune nascoste
gli inutili affanni del mentire stagioni…

Passa veloce tra i lampi delle ciglia
la nostra storia come in una canzone,
ma caparbio attendo ancora risposte
e il vento bugiardo non le ha mai date.

…la neve ha scolorito la polvere rossa
dondola sul tuo seno lo scarabeo d’oro…

giovedì 6 ottobre 2011

Una storia per Dario

“vieni qua piccolo uomo accanto a me sulla panchina
non ci sono verdi vallate davanti a noi c’è la laguna
ho portato uno zainetto di tela grezza verde militare
quello dove infilavo libri usati e il panino da divorare
zeppo di sogni rubati a un tempo fuggito inclemente
e dimenticato nella polvere di un’ignavia indecente

la brezza che accarezza il mare sorride tra le ciglia
e il tuo sguardo disincantato in fondo mi assomiglia
le fiabe vengono alla sera, ora è tempo d’esser seri
ti racconterò di un erba verde cresciuta sui sentieri
caparbia nonostante i veleni di uomini e arroganza
che ospitava fiori e farfalle sfiorite nell’ultima danza

non è una storia triste è solo polvere sullo zainetto
ma dentro ci sono ancora le fate, un elfo piccoletto
sono i miei sogni bambini di un mondo dimenticato
vieni andiamo via, ti sto annoiando ti va un gelato?
sta imbrunendo e il sole mette il pigiama, si fa sera
con lo zainetto accanto sognerò un’altra primavera”

*dedicata a mio nipote Dario

lunedì 3 ottobre 2011

C'era Una Volta

Ssssssssssssst! No!
Non raccontarmi quella storia,
mette i brividi.

Una Volta non c’è più.

L’ingannevole Circe
che ammaliava i miei sogni
e salutava le mie albe
grugnendo i miei chicchirichì
è morta, finalmente.

Divorata da Oggi,
l’errante drago insaziabile
che immemore si ciba
del tuo tempo e lascia il desco
senza pagare il conto.

Ora c’è Ora.

Sono innamorato di Ora
magica e splendida icona
della fiaba del tempo,
fugace e leggiadra farfalla
che colora gli attimi della vita.

Ora.

Assonnato sul tuo seno,
gli occhi al nero cielo bambagia
che ci sorprende piano piano,
conto le lucciole della fantasia
e dolcemente mi addormento.

Sssssssssssssst!
Una Volta non c’è più.

domenica 2 ottobre 2011

Non cercatemi

Non cercatemi sulle panchine dei giardini
A sminuzzar pane in briciole per i piccioni
Né seduto sul freddo marmo dei gradini
A discutere di tempo infame e di pensioni
Non al bar o all’osteria sbracato al tavolino
A contare barando le ombre del mattino
Nemmeno in chiesa come bimbo birichino
A spegnere i ceri riaccesi dallo scaccino

Ora ho tempo.

Come un tappo, seduto
su un formicaio di ricordi,
scongiuro possibili evasioni.

Ora ho tempo, ma
domani è un altro ieri
e oggi è il suo gemello.

…o è il tempo che ha me?...

venerdì 30 settembre 2011

Qualcuno la chiama vecchiaia

E’ un sapore
che direi tenerezza
quel groppo di lacrime
che avvinghia la gola
e lì rimane,
orfano degli occhi.

Attende un moto d’anima
per sciogliersi in pianto.

Piccola stella rubata
alla briga dei gabbiani
come allora respiri ferita
sul palmo del briciolo d’uomo
che incredulo interrogava
l’azzurro e stupiva
del tuo volo.

Perso tra le gore
della grande utopia della vita
oggi ti ho ritrovata.
Come ieri, in attesa di risposta,
interrogo l’azzurro velato
mentre la collana di lacrime
scioglie finalmente in gola.

Sarà il pianto di un cuore bambino
sculacciato dagli insulti del tempo?

Qualcuno la chiama vecchiaia.

mercoledì 28 settembre 2011

In punta di piedi

Questo è l’ultimo aquilone,
poi non ne faremo più.

Nell’attesa della tramontana
intrecciamo bacchette,
leghiamo catenelle iridate.

Non temere se il tempo
vigliacco t’impiomba i piedi
e vuole legarti ai ricordi.

Togliti le scarpe,
voleremo tra i sorrisi.

In punta di piedi.

lunedì 26 settembre 2011

Senza scampo

[ti ho sulla pelle, anima scorticata]

Abito confezionato su misura
cucito a parole con il filo del tempo,
teca di panno amaranto e ossidiana
dove lasciare appese le mie illusioni
ricettacolo spesso di inattesi sorrisi
o taglienti parole di numi avversi.

Sgrano il mio rosario, piego i tasti,
rotolano svogliati pensieri nella calle
l’eco rimanda lamenti come miagolii.
E’ quasi dolore. Sottili, velenose spine
straziano infisse sulla pelle, legano
un anima ulcerata ad essiccare al sole.

[ma ti ho sulla pelle, non c’è scampo]


E...

…e ancora inseguiamo la vita ladra di tempo
…e la racconto mentre ti abbandoni al sonno
…e l’amore rubato ovunque cadesse lo sguardo
…e il colore delle more a stingere sulle labbra
…e la conta delle nuvole mentre il cuore placava
…e l’azzurro del cielo indossato tra le felci
…e il ritmo delle onde a cullare i fianchi
…e il pudore della sabbia a celare nudità
…e la luna compagna che dirige i nostri passi
…e gli occhi che barano il passar delle stagioni
…e le parole nascoste liberate con la neve
…e la comune voglia di amare ancora
…e…dormi?

martedì 20 settembre 2011

Post mortem, ridete pure...

quando meriterò
il vostro ultimo sguardo
e mi vedrete così,
ciascuno con gli occhi
della propria convinzione,
non toccatevi scaramantici
quasi voleste trattenere
lacrime trasgressive
sgorgare da siti indecenti

non andate via  
per non disturbare
non sarò che polvere
libera da ceralacche inutili
e veleggerò i mari  
padrone delle mie rotte
e non sarò nascosto
sotto il tappeto dell’oblio
da badanti svogliate

non andate via
avrete da consolare
chi ha avuto il coraggio
di restare al suo posto
nonostante lo spettacolo
fosse scadente, il biglietto
pagato con anni di noia
e l’attore un pessimo guitto,
un incorreggibile istrione

non piangete,
come Ariel, spiritello
dispettoso, verrò la notte
a solleticarvi i piedi
non avrete alcuna paura
e sarà un’ esibizione
assolutamente gratuita, 
un exploit indimenticabile
e voi riderete, riderete..

[perché la morte
è l’ultima risata della vita,
la badante distratta
che a volte ti sorride
ma ti prende per il culo]

domenica 18 settembre 2011

Quasi fosse Settembre

Sfogliare chicchi d’uva come fossero rose
succose gocce rubino a ingolosire il palato
così il sapore degli anni passati insieme.

[quasi fosse amore, sempre]

Amore zuccherino divorato a piccoli morsi
acino dopo acino catturandone il calore
ingannando la vita nel divenir delle stagioni.

Quasi fosse Settembre. Sempre.

giovedì 15 settembre 2011

La pazienza degli angeli

L’erta sfiorisce.

Un ultimo respiro spezzato
e nel chiarore improvviso
l’ovattata ombra silvana
scolora il muschio antico.

Si apre a due passi dal cielo
la fatica ridente del passo
ti accoglie immeritato sorriso
l’abbraccio materno del sole.

Il ruzzolo fanciullo tra le erbe.

Due ranuncoli si celano timidi
mentre la vanità si esibisce
nell‘illecita ricerca di stelle.

-un legno secolare infisso
a braccia aperte sorride-

Attende.

E il tuo procedere ardito
sul limite del dirupo scosceso
è sorriso di verde incoscienza.

E pazienza degli angeli.

martedì 13 settembre 2011

Due pietre

Ho le dita intorpidite,
le nocche impallidiscono.
Stringo mucchietti di parole
che anelano cieli diversi.

[disteso, sospeso tra due blu,
come in un limbo immeritato,
godo di privilegiata situazione]

Lassù. Un segno, un’ipotesi.
Una parentesi aperta,
attende parole in libertà
per chiudere la storia di una vita.

Ho le dita intorpidite.
Un diaframma di falso cristallo
protegge e riflette le mie emozioni
mi tiene sospeso tra sogno e realtà.

Qualcuno lo chiama poesia.

Un sibilo, uno schianto
e lo specchio va in frantumi.
Due parole, due pietre,
lasciano aperta la parentesi.

[una poetessa mi sorrise un giorno
“in fondo siamo mica poeti, noi”]

E’ vero.

In fondo sono solo
tempo incanutito.
Un pugno di parole ribelli
che scappano dalle dita
e l’anima persa
da qualche parte nei calzoni.

domenica 11 settembre 2011

Era di San Martino. O giù di lì...

Era di San Martino. Ancora?

Scatoloni guardavano attorno affranti,
le voci dei figli rincorrevano inesauste
il rimbalzar dell’eco tra le stanze vuote
e nel tuo sorriso complice nascondevi
rughe di dolce stanchezza tra le ciglia.

Dio quanti traslochi. L’ennesimo.

Anime errabonde col sorriso degli anni
e l’incoscienza giovanile nelle mutande.
Si finiva a far l’amore tra le ante tarlate
di un antico, altezzoso armadio a muro
viepiù sconcertato da tanta impudenza.

Era di San Martino. Era ieri?

La neve incipiente tra i capelli mitigava
il calore dei brindisi di rosso vino novello
gli scatoloni lamentavano vecchie ferite
e muri infastiditi rimandavano il silenzio
di una ciurma ormai assuefatta e afona.

Il desiderio sorrideva ancora negli occhi
mentre l’incoscienza esigeva impudente
uno spazio acconcio dove festeggiare…

Era di San Martino? Non ricordo più.

Ma non è importante, non lo è mai stato.

sabato 10 settembre 2011

Compravendita di false identità

Ho barattato un paio d’ali stanche
di gabbiano corroso di salso mare
e ho circuito una lince errabonda
che avea smarrito il senno e la rotta.

Ho venduto tre versi incomprensibili
a quattro soloni dalle penne dorate
ora, aquila reale di nuove piume alato
da quassù rimiro con occhi di lince.

[macerie di ieri passato per sempre]

La mia immagine, figurina sbiadita
dai bordi piegati e corrosi da cicatrici,
ricordi di partite giocate a muretto
scommesse, perse, rigiocate testarde.

Su tavoli illeciti nei vicoli della vita
alzando ogni volta la posta in gioco
ho raccolto loglio seminando grano
farina degli anni finita in crusca.

[un altro batter d’ali]

Pensieri come artigli ora stringono
tra i rostri una nuova intonsa figurina.
Un passero che credendosi gabbiano
dipinse se stesso come aquila reale.

Presto un tavolo, tre carte, due dadi
un muretto su cui giocar la mia abilità.
E’ l’ultima mano, truccando le carte
chissà, forse stavolta raccolgo grano.

[ho finito le figurine]

Nessuno è il tuo nome

[c’è chi aprendo gli occhi al mondo
esibisce la sua arroganza e lo reietta]

Nascondi la tua paura tra bit e transistor
manipolando le vesti con icone artefatte
vendi la tua vita a una scatola bugiarda.

L’identità che ti aggrada ormai è costruita
il sorriso riverente di chi ti vuole adulare
vieta il tuo ritorno ad una realtà più cruda.

Vivi dentro un monitor cibandoti di parole
con la falsa identità ti ripari dal calvario
dell’affrontar la vita con le sue asperità.

Non sai delle bianche corsie, del dolore
del veleno che dai cavi cola nel sangue
dell’attesa che uccide la luce negli occhi.

Delle speranze appese a fili e boccette
di giochi sparsi, macchie colorate sui letti
del sorriso di piccoli pierrot disarticolati.

Non sai, non puoi sapere, sei altrove.

Ora l’icona appare, scompare improvvisa
come il serpente dall’immensa sapienza
lascia l’oracolo al discernimento umano.

[sei un avatar, apologia della modernità
un click e scompari, non sei più nessuno]

Click.

Così preciso, così perfetto...

L’aria respirava il sapore dei ceri.

Distesa nel biancore alienante della stanza, la sagoma sul letto
pareva un nero insulto all’ordine prestabilito delle cose.
Comunque era li, parallela alla linearità delle piastrelle anni ’50
che quadrettavano ordinate e sussiegose l’improbabile pavimento.

Chili di gel piegavano come tondini di ferro i radi capelli
coartandoli in un percorso a loro indigesto e congenitamente alieno.
Un solco discriminatorio come spartiacque ne divideva le incombenze,
viaggiavano quindi paralleli anch’essi all’iter pretenzioso delle piastrelle.

Un gessato di un grigio spento che un dì fece furore a Londra
rivestiva l’immota sembianza e l’ordinato percorrere del bianco gesso,
come binari che percorrono il rettilineo di una vita spesa senza sussulti,
disegnavano nell’insieme una scena di rara e ordinata perfezione mortuaria.

Il silenzio, ritmicamente rotto da un sommesso sgorgare di finte lacrime,
venne lacerato da un grido straziante: <<Lì…lì…>> la mano tremante
indicava con tremebonda iterazione il piede del caro estinto, la scarpa destra,
inopinatamente slacciata, in completo disordine, i lacci sparsi in allegra anarchia.

Un ultimo grido e la donna svenne. Fu il caos.

…ancora mi rido dentro…

Perché, ancora...

[perché, ancora
i tuoi fianchi raccontano]

Dolci declivi allo sguardo
le sinuose penombre
e mormorio di ruscello
è il glicine bianco aperto
su un bocciolo di rosa.

La parola fine è una bugia
a fior di labbra sul tuo seno
e il sorriso delle mani
è la dolcezza del pudore,
la serena consuetudine.

…perché, ancora…

Prosit

[e ancora attendo l’inverno
che scaltro travaglia ad arrivare
tra le nubi gioca a mosca cieca,
e mistifica i suoi passi pesanti]

Improvvise folate di maestrale spegneranno gli ultimi falò,
sulla spiaggia tremule ombre sfiniranno la danza esauste
e un paio di sandali distratti, in cerca di orme ormai perse,
scriveranno sulla rena la fine e l’inizio di un’altra stagione.

Nemmeno la ruggine d’ottobre calmerà le ansie represse,
ma tingendole come caduche foglie dell’albero del tempo,
planeranno bugiarde a infrascarsi tra le pieghe dell’anima.
Solo un sorriso di circostanza e brinderò alla nuova soma.   

Sarà un sorso di neve, come sempre. Prosit.

domenica 4 settembre 2011

Infinitamente piccolo, infinitamente grande


Tre marciavano spedite,
la quarta arrancava disfatta,
tre inorgoglivano il petto
la quarta piegava la schiena.
Sei antenne giocavano liete
a nascondino col sole morente,
due si confondevano meste
tra le ombre incipienti della notte.

[quattro formiche erranti
in fila indiana sulla mia mano
hanno svegliato il torpore
di un respiro addormentato]

Infinitamente piccolo
questo strano gioco militaresco,
il mio sorriso scandiva il ritmo
e la marcia proseguiva altera.
Tre formiche dal passo marziale
rubavano ammiccanti la scena
mentre la quarta annaspava mesta
sotto il peso della loro cena.

Infinitamente grande
la briciola rubata alla mia tasca,
bastano quattro istrioni in fila
tre passi cadenzati, e il mondo casca.

sabato 3 settembre 2011

Ciao, pà


Non so perché, ma stasera l’ultimo respiro del sole morente
ha sollevato la polvere dei ricordi e fermato la tua immagine.
Laggiù dove l’orizzonte muore e il sogno si chiama speranza
hai sorriso e sciolto la nostalgia che incatena parole al cuore.

Prima che svanisca fagocitata dall’eterna lite tra mare e cielo
vorrei parlare un po’ con te così, e chiederti occhi negli occhi
di darmi le risposte a tutte le domande che non ti ho mai fatto,
perché partisti presto e non ci fu il tempo, questo fu l’inganno.

Vorrei di nuovo accanto il tuo sorriso per sciogliere la tristezza
che affoga i sentimenti e soffoca i battiti di un cuore stralunato,
dirti sono sicuro, c’è primavera là dove mi attendi, ma la neve?
Forse ha senso tutta questa neve, spiegamelo tu, c’è tempo…

Ciao pà.

domenica 28 agosto 2011

Inattesa metamorfosi


Tra il geranio e il rampicante,
oltre l’irrequieta coccinella
che punge di rosso screziato
il primo chiarore dell’alba,
ingabbiato nell’angusto poggiolo,
lo sguardo cattura immagini.

Ciondolando il passo stanco
giunge il vecchio pescatore,
si acconcia al nuovo giorno.
I suoi movimenti indaffarati
hanno il respiro del mare,
la calle ne rimanda la eco.
La rete reclama cure, mani
forti e decise come tenaglie
hanno la sapienza del sale.
Rapidi gesti di antica maestria
medicano le ferite del tempo.

Dodici matite monachelle,
come vergini anime colorate,
ora soccorrono le mie mani.
Inattesa torna arrogante
la persa consuetudine al segno.
L’irrequieta, rossa coccinella,
giovane goccia di sangue,
tradisce il rampicante, si posa.
Ora dipinge la mia mano.

Porta fortuna, dicono.

sabato 27 agosto 2011

Era solo un aperitivo, ma poi...


Brillava tra l’arancio e il verde oliva
il sorriso come aperitivo nel cristallo
e il lampo dei tuoi occhi era un sorso
di caldo sole mediterraneo nel brindisi.

Un tuffo nel verdemare dello sguardo
fu la risposta del mio cuore al tuo invito
Aracne completò la sua tela e fui preda,
la paura tuonò improvvisa nei miei battiti.

Il lampo era l’amore che vince il tempo
fuggii consumando giorni nella ragnatela
così mi persi tra l’arancio e il verde oliva
e inutili furono i convulsi tentativi di oblio.

Come yo-yo ritornai tra le tue mani.

Appesi al silenzio


Sul letto nostre impronte si dissolvevano alle mie spalle
e il vitreo diaframma che separava le pagine della storia
si imperlava di iridescenti bugie recitate a fior di labbra,
mentre la tua sagoma barava sul selciato pallide ombre.

Il dolore fu allora la mia veste e inarcata una parte di me,
ebbi un moto di sofferta ripulsa dell’inevitabile fine, invano.  
Sottilissimi fili come corde di arpa dolente mi trattenevano,
vibravano risplendenti proiettando lame di luce accecante.

L’agonia dell’amore in quell’alba ebbe la voce del silenzio.

Una buona ragione


Forse c’è una buona ragione per continuare a scrivere.
Quando le parole rincorrono le mani e si sentono sole
e la notte ha il sapore del caffè irrancidito nella tazzina,
stravolgi i tuoi pensieri e leghi il cuore a un solo battito.
Sarà quel ritmo ossessivo, monocorde che comanderà,
detterà il percorso dei tuoi pensieri fagocitando il senso.

[le dita come alunni in un’aula vuota spezzano gessetti
straziando brandelli di anima su una lavagna bugiarda]

Sì, forse c’è una buona ragione perché tutto ciò accada
anche stanotte inseguo immagini, laceri pezzi di anima
che bussano e premono alla porta, coartando le mani…
il bisogno di urlare, di liberare la mente è insopprimibile.
La voglia indecente del raccontarsi nonostante gli errori
altera la sequenza degli impulsi vitali e denudo parole.

[anime sensibili in farisaica processione ora giudicano
spettacolo inverecondo quel lacerar veli del tuo mondo]

E’ amore, è una buona ragione.